Punto di incontro di chi segue Zerocalcare

Go Home – A Casa Loro

Locandina del film, disegnata da Zerocalcare

Nella scorsa edizione del festival Alice nella città è stato presentato il secondo lungometraggio di Luna Gualano: “Go home – A Casa loro”, sceneggiatura di Emiliano Rubbi. Il film, finanziato inizialmente tramite un crowfunding su Produzioni dal basso, è stato ben accolto tanto da vincere il premio “Alice Panorama Italia 2018“.

Trama: “A Roma, durante una manifestazione contro l’apertura di un centro d’accoglienza, si scatena un’apocalisse zombie: solo l’interno del centro sembra essere sicuro e gli ospiti faranno di tutto per restare in vita.
Enrico, un ragazzo di estrema destra, si mette al riparo all’interno del centro, mentendo sulla sua identità.
L’unico luogo sicuro è quel centro d’accoglienza che lui non voleva, mentre fuori i morti camminano sulla terr
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Trailer

Il film nella forma di un horror movie vuole fare riflettere su integrazione e conflitti sociali.

Lo scenaggiatore Emiliano Rubbi intervistato da Radio Onda Rossa

Il progetto nasce nel laboratorio di recitazione e videomaking “Il ponte sullo schermo, rivolto a migranti presenti sul territorio romano e realizzato all’interno del centro sociale Strike Spa e Intifada, rendendo la realtà narrata non affatto lontana da quella che ha costruito quest’opera.

Molti artisti si sono interessati all’iniziativa e hanno partecipato portando il loro contributo , tra questi ci sono Zerocalcare che si è occupato della locandina, Il Muro del Canto, i Train to Roots, Daniele Coccia e Piotta che si sono occupati invece della colonna sonora. Link alla colonna sonora.

Il film è attualmente in distribuzione in molti cinema italiani qui un elenco delle sale coinvolte.

Abbiamo premiato due recensioni che ci sono state inviate rispettivamente con una locandina e un poster da cinema.

Recensione di Roberta T. e Matteo P. che si aggiudica un poster


Siamo andati a vedere Go Home – A casa loro quasi a scatola chiusa e siamo usciti dalla sala piacevolmente sorpresi.
Sulle note di una bella canzone del Muro del Canto, il film si apre su una Roma deserta in un giorno d’estate. Le uniche voci che si sentono sono quelle provenienti da una manifestazione neofascista per lo sgombero di un centro di accoglienza. 
Questa situazione tristemente familiare viene sconvolta da una improvvisa invasione di zombie, che in pochi istanti uccidono e divorano tutti i presenti. I non-morti invadono prima o poi le strade di tutto il mondo.
Il film fa di queste creature, vacue ma temibili, una metafora delle ideologie xenofobe che serpeggiano nella nostra Italia, di quel razzismo insensato che replica all’infinito odio, paura e morte.
Solo uno dei manifestanti di estrema destra, il giovane Enrico, riesce a salvarsi dall’attacco degli zombie, implorando ospitalità proprio nel centro d’accoglienza.
“Di dove sei?” 
“Africa.”
Enrico si ritrova a interagire con i rifugiati, nascondendo la propria identità e lottando con loro per non soccombere agli zombie. È qui che l’umanità emerge in tutta la sua forza. Dopo tutto, niente funziona meglio di un comune nemico – superiore a tutte le atrocità che conosciamo – per abbattere i muri e le differenze che ci separano, spingendoci a capirci l’un l’altro e ad aiutarci. Nazionalità e religioni non contano nulla di fronte a un’orda di morti viventi che vogliono la nostra carne… per loro saporitissima in qualsiasi colore. Geniale anche l’elemento del “dare per scontato”, ovvero credere di saperla lunga sugli zombie per aver visto cose come The Walking Dead. Ma c’è una bella differenza tra sapere come uccidere uno zombie e farlo davvero. 
Go Home non è la solita storia del bene che vince sul male eci ha tenuto con gli occhi incollati allo schermo fino ad un finale a dir poco sorprendente, reso ancora più intenso dalla splendida voce di Daniele Coccia.
In definitiva, non diciamo che Romero je spiccia casa, ma sicuramente gli darà una buona passata di cera al pavimento.

Recensione di Angelo Iocola che si aggiudica la locandina

C’è un fil rouge resistente ed antagonista che accomuna “Go Home” di Luna Gualano all’ultima pellicola di Jordan Peele, “Noi”: si tratta della comunanza di intenti nel saper abilmente intrecciare l’horror da stato di assedio e le rivendicazioni egualitarie degli outsiders (in Peele perlopiù coloured, nel film della Gualano trattasi di migranti), costretti ad essere relegati ai margini del contesto sociale “di superficie”; in “Noi” si aggiravano come ratti nei cunicoli sotterranei delle ridenti località balneari statunitensi, mentre in “Go Home” è un outbreak di zombies che impone ai migranti di restare nei centri di accoglienza e ad un esponente della nuova destra di convivere con quelli che fino a qualche momento prima erano il bersaglio delle sue esternazioni ultranazionaliste, ovvero “le zecche” dei centri sociali e, in maniera indistinta, “i negri”. “Go Home” si fa valere per la chiave intimista con cui approccia lo zombie-movie e il “cinema d’assedio”: una mdp mai doma si aggira nel centro d’accoglienza scandendo i tempi delle giornate degli occupanti (e quindi le varie dinamiche di interazione tra i protagonisti, non più “massa informe” ma ognuno con proprie peculiarità attitudinali) e scandagliando nei loro animi (l’ansia, la paura, la rabbia, il cibo che sta finendo). Oltre a Romero, viene anche in mente il Bunuel de“L’angelo sterminatore” e il suo escapismo negato in questa versione socialmente e politicamente aggiornata, in cui la xenofobia di “primo grado” e più comune (quella iniziale della rivalità tra manifestanti) si alza di livello e coinvolge anche i migranti stessi, spaventati a loro volta dall’epidemia dei non-morti che infuria all’esterno. Un plauso particolare anche agli interpreti (dal neofascio Antonio Bannò al gigante Sidy Diop, dal piccolo Ali a sua madre, una cantante senegalese), molti dei quali non professionisti e che hanno reso su schermo la loro reale condizione. Il film è stato girato in un paio di settimane e con un budget utilizzato in maniera virtuosa, mentre le location che hanno ospitato le riprese in interni sono quelle dei centri sociali romani Strike e Intifada; il ritmo della visione viene scandito dai tanti idiomi differenti, così come c’è un suono pulsante, vivo e rabbioso che attraversa e pervade “Go Home”, ed è quello di band quali Il Muro del canto, Train to Roots e Piotta: so, never give up.

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